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La Torzella Vesuviana

03-11-2009




La 'Torzella' vesuviana


Protagonista della minestra maritata, chiamata anche cavolo greco o torza riccia, la torzella, dal luglio 2006 nell'elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali della Campania, è una pianta rustica che si consuma sia cruda, che cotta a vapore, lessata o saltata in padella. Ha un gusto vivace e pungente, a metà tra il Friariello e la Cima di Rapa, ed è ricca di Vitamine A e C, Calcio e Glucosinolati, protettivi contro il cancro.


E' un dono dell'inverno, visto che ha un'ottima resistenza al freddo. Si raccoglie, infatti, in più riprese tra novembre e marzo. Deve gran parte della sua fama a quel capolavoro della cucina napoletana che è la "menesta maretata" (minestra maritata), detta anche "pignato grasso" o "pignato mmaretato", di origini seicentesce che a Napoli si prepara tradizionalmente a Santo Stefano. Nelle feste natalizie. Lontana parente della "olla podrida" spagnola (un sostanzioso minestrone preparato con legumi, pezzi di carne e spezie varie), la minestra maritata, "sposa" la carne e le verdure: "Cotene 'i puorco, pezzentelle, tracchiulelle, carne 'i puorco, sasicchi, osso 'i presutto, supressata, lardo e nnogli" e "vruoccoli, vrucculilli, ncappucciata, cicoria, scarulella, torze e turzelle". Scrive Giovan Battista del Tufo. E' chiamata "potaggio di broccoli" da Vincenzo Corrado nel "Cuoco Galante" (1773), ma è già più volte ricordata da Giulio Cesare Cortese nel suo poemetto ironico in dialetto "La Vaiasseide" (1604), da Felippo Sgruttendio in "Li spanfe de la foglia" e ancora da Bartolomeo Zito, "lo Tardacino", nel suo "Defennemiento de la Vaiasseide" (1628). In quest'ultima, come nella successiva ricetta di Ippolito Cavalcanti (in "Cucina casarinola co la lengua napoletana" del 1837) si ripete come, cotta la carne, si aggiunga una "bella torzata de foglia, le cimme cimme, e se lassano vollere soave soave". Vi aggiunge Cavalcanti, "menesta de cappucce, na scarorella, e no poco de vasenicola (basilico)".


Tra le poche virtù riconosciute alle "vaiasse" (serve, fantesche) che Cortese, utilizzando metafore culinarie oscene e giochi di parole, descrive come donnacce volgari e di facili costumi, quella di sapere cucinare, appunto, la deliziosa minestra: "Cose de cannarute (ghiottoni) e de Segnure", scrive. E' di incredibile varietà la galleria di verdure amatissime che emerge dalla lettura di questi autori. Tra le tante un ruolo particolare hanno le torzelle, amate al punto che nella fiaba "Lo mercante" Cortese firma per bocca di Cienzo un accoratissimo addio a Napoli nel quale si ricordano anche loro: "Me parto pe stare sempre vidolo de le pignate maretate, io sfratto da 'sto bello casale; torze meie, ve lasso dereto»


Facendo un balzo di alcuni secoli, veniamo ai giorni nostri, alle storie di torzelle scompare e ritrovate. John Irving, past direttore editoriale di Slow Food, in un articolo dal titolo "I tesoretti", uscito nel giugno 2007 in un supplemento de Il Manifesto, tra i ricordi della Napoli di Norman Lewis, quella del secondo dopoguerra e i suoi giri in città, racconta delle verdure al mercato. E scrive: "poi c'è la torzella. Anzi non c'è più. Si tratta di una verdura (anche questa una specie di broccolo da quanto ho potuto capire) che cresceva spontaneamente nelle campagne intorno alla città. Tutti ne parlano, o ne hanno sentito parlare, ma pochi la ricordano veramente. "Mai - gli risponde Gaetano, un "veduriere sui 25 anni", a cui Irving chiede se ne ha mai vista una in vita sua - ma so che che un tempo era tra i principali ingredienti della minestra maritata" continua il ragazzo. Gaetano forse non lo sa, ma le torzelle son tornate.


 



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